Vivid memories of lost images

Mila's mosaic

The story of my mother is the reason I fell in love with Mila and I decided to dedicate her a mosaic.

I have never met my grandfather, who died in 1944 in Flossenburg, the German concentration camp where he was deported for being an antifascist. I never knew what his face looked like, since my mother, who lost her mother at eight years old, was in an orphanage when her father died (after years of being on the run first and of prison later on). Not even as an adult had she been able to find a picture of him.
I was with her when, at the Historical Institute of Modena, we opened a folder with her grandfather’s name on it, Gisberto Elia Rivi. I remember the look of excitement of my mom, who, at almost 70, was finally going to see her dad’s face! But the envelope (marked by the words “contains four pictures”) was empty…

I can’t image what expression my mother would make today if she could see Mila’s mosaic. But I know that this precious little movie gave me the feeling to see (and don’t just imagine) the fears that she felt as a child.

Cinzia Angelini (Mila’s director) has written the following about my mosaic, while it was under construction “Every fragment makes me think about the hope each one of us has to change things and to protect the little ones in the middle of the war! Thank you!.”

But instead it’s me who has to – and want to – thank her (and all the artists and professionals on Team Mila) because they gave me a chance to pay tribute to Ester and Gisberto, to my mother and grandfather. Through this mosaic, one tesserae after the other, a fragment after the other, I have put together many pieces of memories. I have reread the articles of that time, found by my mother, who, to reconstruct his grandfather’s journey without return, took archivist classes and investigated for years in the vain hope to find at least an image to give a face to his dad.

During this research, we met Vittore Bocchetta (artist and anti-Fascist intellectual in Verona), a Flossenburg survivor. It was then, for the first time, that, wrapped in the embrace of Vittore, I managed to imagine my mother as a child. I don’t know how she survived to such pain and fear a child should never be allowed to experience. From her tales, I know that reading and culture had been critical. She became a nurse, then a teacher, then a city clerk. Several jobs, many open competitions, an endless determination to give her daughters what she couldn’t receive as a child. I think it’s the same determination that today drives distant populations to undertake very long travels to reach peaceful places where to live, work and raise one’s children.

But such ideal, peaceful places, do not exist. And they certainly cannot be represented by the same countries that, in the name of an alleged cultural superiority, from one side want to bring democracy, and from the other sell weapons to the same dictators who force their oppressed people to seek a future elsewhere.

That is why a mosaic dedicated to children victims of war is a little thing, a fragment among thousands of splinters of violence (and indifference) that kill children and adults in every part of the world.

I chose to focus, for my mosaic, on a close-up of Mila, in whose gaze I see my mother’s intense eyes.

Lo sguardo di Mila mi ricorda gli occhi di mia madre

A war survivor, she devoted so much effort in helping his daughters to know and to cherish the memory of those years.

This mosaic, with its hundreds of tiles and fragments, is a small and immense thank you for the legacy of reflections and awareness that she donated to his family and anyone around her.
She could never find a picture of her grandfather, but love is in the heart. And I hope that Mila’s story will enter the heart of many people.
I’m not a religious person, quite the opposite. My only faith lies in the intelligence of humanity, in the importance of the culture of memory and the infinite power of imagination.
Keep up the good work, Team Mila!

A big hug from Modena.

Cecilia Giusti

La storia di mia madre è la ragione per cui mi sono innamorata di Mila e ho deciso di dedicarle un mosaico.

Non ho mai conosciuto mio nonno, morto nel 1944 a Flossenburg, il campo di concentramento tedesco in cui era stato deportato a causa del suo antifascismo.

Non ho mai saputo che viso avesse mio nonno perchè mia madre, che a 8 anni diventò orfana di madre, era in orfanotrofio quando suo padre (dopo anni di latitanza prima e carcere poi) morì! e neppure da adulta ha potuto ritrovare una sua fotografia.

Ero con lei quando all’Istituto Storico di Modena abbiamo aperto una cartellina con il nome del nonno, Gisberto Elia Rivi. Ricordo lo sguardo emozionato della mamma che a quasi 70 anni stava per rivedere il volto di suo papà! ma la busta (contrassegnata dalla dicitura -contiene 4 foto- )era vuota…

Non so che viso avrebbe mia madre oggi se potesse vedere il mosaico di Mila. Ma so che questo piccolo prezioso film mi ha dato la sensazione di vedere (e non solo immaginare) le paure che ha provato da bambina.

Cinzia Angelini (regista di Mila) ha scritto del mio mosaico,mentre era in costruzione, che:
“Ogni frammento mi fa pensare alla speranza di ognuno di noi di cambiare le cose e proteggere i piccoli nel mezzo della guerra! Grazie!”.

Ma invece sono io che devo e voglio ringraziare lei (e tutti gli artisti e professionisti del Mila team) perchè con Mila mi hanno dato l’occasione di rendere omaggio ad Ester e Gisberto, a mia madre e a mio nonno. Attraverso questo mosaico, una tessera dopo l’altra, un frammento dopo l’altro, ho messo insieme tanti pezzi di ricordi.

Ho riletto gli articoli d’epoca, ritrovati da mia madre, che per ricostruire il viaggio senza ritorno del nonno, fece un corso d’archivista e indagó per anni nella vana speranza di reperire almeno un’immagine per dare un volto al suo babbo.
Durante questa ricerca abbiamo incontrato Vittore Bocchetta (artista ed intellettuale antifascista di Verona) sopravvissuto a Flossenburg .
Per la prima volta fu allora che, avvolta nell’abbraccio di Vittore, riuscí ad immaginare mia madre da bambina.

Non so come abbia fatto a sopravvivere a quel dolore e a paure che un bambino non dovrebbe mai provare.
Dai suoi racconti so che la lettura e la cultura furono fondamentali. Diventó infermiera, poi insegnante, poi impiegata comunale. Diversi mestieri, tanti concorsi pubblici, una determinazione infinita per dare alle figlie quello che da piccola non aveva potuto ricevere.
Io penso sia la stessa determinazione che spinge oggi popolazioni lontane ad intraprendere viaggi lunghissimi per raggiungere luoghi di pace in cui vivere, lavorare e crescere i propri figli.

Ma i luoghi di pace ideali non esistono. E certo non possono essere rappresentati dagli stessi Paesi che in nome di una presunta superiorità culturale da una parte affermano di voler portare democrazia e dall’altra vendono armi a dittatori che costringono popolazioni oppresse a cercare un futuro altrove.

Per questo un mosaico dedicato ai bambini vittime di guerra è poca cosa, un frammento tra migliaia di schegge di violenza (e indifferenza) che uccidono bambini ed adulti in ogni parte del mondo

Ho scelto di concentrami, per il mio mosaico, sul primo piano di Mila, nel cui sguardo rivedo gli occhi intensi di mia madre. Sopravvissuta alla guerra dedicó tanto impegno per aiutare le sue figlie a conoscere e portare avanti la memoria di quegli anni.
Questo mosaico, con le sue centinaia di tessere e frammenti, è un piccolo ed immenso grazie dell’eredità di riflessioni e consapevolezze che lei ha donato alla sua famiglia e a chiunque le è stato accanto.
Non ha mai potuto ritrovare una foto del nonno ma l’amore è nel cuore. Ed io spero che la storia di Mila entri nel cuore di tante persone.
Non sono religiosa, anzi. La mia sola fede è nell’intelligenza dell’umanità, nell’importanza della Cultura della Memoria e nel potere infinito dell’immaginazione.

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