Un artista fonte d’ispirazione

Pensavo che una fotografia non potesse mai superare l’esperienza del vedere dal vivo un’opera materica. 

Poter osservare da vicino il dettaglio di un oggetto creato con abilità artigianale e con originalità artistica è un’emozione che un’immagine virtuale non puó trasmettere.

Kiss80 – 165×165 cm

Eppure il mosaico intitolato Kiss80, dell’artista Ivan Tozzo, mi ha dato la misura di quanto la ricchezza di una texture possa andare oltre i limiti del virtuale. 

Guardando questo mosaico, anche sul piccolo schermo di un cellulare, viene voglia di poterlo sfiorare con le mani. 

Quello che è un limite ( la distanza fisica dall’oggetto fotografato ) diventa  una possibilitá ( mettersi in viaggio per andare a vedere un’opera artistica dal vivo ).

Non conoscevo Ivan Tozzo ed ho quindi perduto l’occasione di visitare nel 2017 la  sua mostra “Evoluzioni musive” al Castello di Masnago (Varese). 

Allego quindi anche alcune recensioni molto interessanti che vi faranno entrare (con parole scritte da esperti d’arte musiva) nel cuore della tecnica di questo artista che ammiro.

TERREMOTO – 124×91 cm

La forza attrattiva delle composizioni di Ivan Tozzo risiede nel fascino ancestrale di simbologie complesse raccontate attraverso dettagli minuti da apprezzare centimetro per centimetro, in un crescendo di stupore e meraviglia per la ricontestualizzazione insolita, straniante eppure armoniosa, di piccoli utensili come viti, bulloni, chiodi, scampoli di tessuto, frammenti di carta stampata, tubetti di colore. Oggetti ritenuti ormai inutili, rinvenuti dal fondo di un cassetto, tra gli scarti della produzione industriale oppure cercati e recuperati in discarica, ovvero in quel particolare non-luogo desolante e inanimato generato da una società che consuma tutto velocemente, in maniera vorace e distratta.

La sua poetica ha un’impronta fortemente concettuale, porta a riflettere sulla relazione tra il singolo e la collettività, in un ottica che da funzionale diventa spirituale. Non è necessario utilizzare i toni accesi della denuncia per criticare la società, si può scegliere anche la via dell’ironia sottile, intelligente. Capovolgere l’ordine prestabilito tra le cose è un modo per osservare meglio le cose stesse, è un invito a non adeguarci ad una singola lettura (spesso imposta dal sistema e dalla consuetudine) ma a predisporre il nostro animo alla contemplazione di molteplici, possibili, punti di vista. L’idea di realizzare mosaici impiegando materiali di varia natura nasce dal desiderio di spogliare la tessera della sua fissità, sostituendola con qualcosa che ha avuto una funzionalità, uno scopo, e che ora si appresta a rinascere assumendo una valenza nuova, di natura estetica. Questo rapporto libero e dinamico tra gli oggetti in quanto segni e i loro significati si traduce in una dinamicità che è anche fisica, visiva: superfici dalle trame irregolari, accese da colori intensi o modulate da delicati trapassi tonali, texture capaci di creare suggestioni e di suscitare un forte impatto emozionale.

C’è uno studio notevole dietro ad un’immagine nata dall’accostamento di centinaia, a volte migliaia di minuscoli tasselli; il lavoro del mosaicista richiede perizia, precisione, pazienza. Con cura e attenzione, l’artista osserva la moltitudine di piccoli oggetti disposti in ordine sparso sul suo tavolo di lavoro; seleziona, raggruppa per dimensione, per colore, per forma. Nella mente ha già la visione dell’opera finita, ora deve trovare le sillabe del discorso, le note dello spartito. Il ritmo è fondamentale, quindi bisogna individuare gli accenti, i toni e gli elementi dominanti, e le pause, i vuoti. E’ il ritmo a tramutare il caos in ordine, ed è sempre il ritmo a stabilire e a sostenere il rapporto tra l’opera e l’osservatore. Il piacere che deriva dall’osservazione ravvicinata dei singoli dettagli accompagna in un viaggio all’interno di un universo visivo in cui ricorrono alcuni segni grafici chiaramente evocativi come il cerchio, il quadrato e la spirale; figure simboliche che suggeriscono un messaggio e creano una serie di rimandi da un’opera ad un’altra, travalicando anche i confini da un genere artistico ad un altro. L’esigenza di raccontare il proprio immaginario porta infatti Ivan a spaziare tra le discipline, riproponendo l’iconografia dei mosaici nei lavori su carta, illustrazioni a china e a matita, per lo più in bianco e nero, che prendendo spunto da pochi elementi essenziali progressivamente sviluppano atmosfere surreali, fantastiche, giochi intellettuali di difficile interpretazione ma ricchi di un fascino tanto misterioso quanto suggestivo.

Emanuela Rindi

Conosco Ivan Tozzo da quasi vent’anni, da quando aveva cominciato a frequentare il Friuli per approfondire le sue conoscenze del mosaico, ed è alla Scuola Mosaicisti del Friuli di Spilimbergo che ci siamo incontrati. Dopo tanti anni da quei suoi primi corsi, di cui io sono stata una delle insegnanti, Ivan ancora torna in Friuli ogni estate, per restare, io credo, in contatto con quelle radici da cui è partito, ma da cui ha anche preso il volo. Se devo trovare delle parole con cui definire Ivan, me ne vengono in mente almeno due: umiltà, crescita.

I suoi occhi scrutano curiosi, la sua mente già assorbe, elabora, ricrea le superfici, i colori, i paesaggi, le suggestioni del reale, senza mai fermarsi, in una ricerca continua. Ma sempre con la massima umiltà, caratteristica dei veri artisti, gli artefici di un mondo parallelo, quel mondo ricco e irrazionale che forse molti di noi hanno dentro e non sanno esprimere e può uscire solo da chi sa controllare i gesti, i materiali, il turbinio di idee, progetti, percorsi…

I lavori di Ivan erano cominciati, molti anni fa, con semplici riproduzioni, come in tutte le botteghe artistiche, in cui prima si apprende la tecnica, il mestiere, e poi, forse, chissà, qualcuno può aggiungere “del suo”… Questa è un po’ la mentalità di noi mosaicisti, prima di tutto artigiani. Ivan è partito con umiltà ma ha subito fatto sue le tecniche e superato le difficoltà del mosaico. Dentro di lui ribolliva un mondo che voleva esplodere, e cercava solo la tecnica giusta per farlo. E via via dunque ha cominciato a usare il mosaico al di là della semplice riproduzione artigianale. Nei suoi primi lavori personali c’erano ancora le conoscenze che aveva acquisito, adattate al suo mondo interiore. Piano piano però sono comparse le sue idee più segrete: qualche timido inserimento di materiali poco convenzionali, come scarti metallici, avanzi, oggetti trovati qua e là. Poi sempre più potentemente questi inserti sono diventati protagonisti di grandi superfici, come le sfere o altri grandi mosaici –perché anche le superfici nel frattempo si sono fatte più coraggiose, allargandosi e ricoprendosi completamente di “ferraglia” di ogni genere. Il tutto assemblato con una logica da seguire come un racconto, con momenti drammatici (chiodi appuntiti), ironici (una caffettiera, una antenna da allungare) o romantici (un carillon che, attivato, suona ancora). Del linguaggio musivo rimane però l’essenza: l’assemblare, il ricostruire minuziosamente con una matericità intensa –e direi maschile, metallica-, l’accostamento per colori armoniosi o contrastanti, per macchie o per sfumature, zone ruvide o scivolose. Negli ultimi lavori poi la materia, in questo suo continuo crescere, cercare, sperimentare, si allontana ancora di più dall’uso tradizionale del marmo e del vetro per accogliere superfici più morbide, più moderne, con il silicone. Eppure ancora il linguaggio musivo emerge attraverso l’accostamento di due colori –delicati e nello stesso tempo di nuovo maschili, grigio chiaro e scuro-, in un alternarsi di linee continue e interrotte, inframmezzate da piccoli oggetti, e l’insieme di tutti questi piccoli mosaici, già pieni di piccole storie, si ricompone in un’unica grande saga, moderna e antica, ricca e minimale nello stesso tempo.

Al piccolo formato Ivan ritorna con una ricerca nuova, o almeno così pare: disegni –alcuni dei quali rimasti a lungo nel cassetto- molto raffinati, delicati, onirici, frutto di ore, anni, sogni, con geometrie “escheriane”, mondi sommersi e fantascientifici, vaporosi, impalpabili. Sembrano l’opposto del mosaico: mancanza di materia e spessore, purezza della linea, pochi colori quasi irreali, acquosi. Eppure è la stessa mano curiosa, che probabilmente si libera dal peso della realtà e può indagare nella fantasia senza dover rendere conto della tessera mal tagliata, del chiodo dimenticato, del bullone arrugginito.

Ormai Ivan ha preso la sua strada e fa un suo mosaico per raccontare il suo mondo. Salvo, come dicevo all’inizio, tornare ogni anno a risaldare un legame con le radici del mosaico stesso, come una pianta che, ben curata, sia cresciuta con rami e foglie sempre più lontani da terra, ma pur sempre ad essa saldamente legata.”

Carolina Zanelli

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