La memoria e le ragioni di un silenzio

disegno di Robert Gligorov

Spunti di riflessione tratti dal saggio  Le ragioni di un silenzio  a cura del Circolo Pink di Verona.

“Di fronte al flusso continuo di informazioni che caratterizza le società cosiddette ad alta comunicazione, viene spontaneo chiedersi che fare di fronte a una tale valanga di notizie? La soluzione più semplice sarebbe sforzarsi di registrare il maggior numero possibile di informazioni, al fine di costruire un archivio generale del nostro tempo: una sorta di patrimonio di conoscenze ad uso delle attuali e future generazioni. […] Ha un qualche significato questa suggestiva ipotesi se, una volta dato corpo a questa “utopia”, la mole del materiale è tanto vasta da non essere di fatto leggibile? […] Letto in questa prospettiva, il patrimonio informativo finisce per assomigliare ad un archivio che nulla ha ancora a che fare con la memoria collettiva e/o singola. Un atto di memoria infatti è ben altra cosa: esso richiede di mettere mano al “serbatoio” di notizie, di sceglierne alcune e di eliminarne altre, richiede un “gesto” che trascini nel presente le informazioni accumulate nel passato.[…]
Conviene in proposito ricordare che qualsiasi archiviazione di dati non è un processo neutrale, ma è il frutto di un raziocinio, a volte in apparenza ferreo, costruito sui valori e sulla logica di una specifica cultura. Ne è un esempio la storia della persecuzione razziale nazista che, nell’intento di “fare pulizia” degli oppositori, ha costruito le sue “categorie selezionatrici” sia attingendo a criteri cosiddetti etnici -ebrei,zingari ecc.-,sia ricorrendo a criteri politici. Il sistema dunque non era “logicamente” coerente, alcune categorie potevano sovrapporsi tra loro e questa incongruenza pur nella sua ferocia ha permesso a molti ebrei, classificati sulla base delle loro credenze politiche anzichè dei criteri “etnici”, di sfuggire alla camera a gas. Ora la “categoria” degli omosessuali è per definizione un raggruppamento trasversale: si può essere infatti, omosessuali ed ebrei, zingari, tedeschi, cattolici, oppure allo stesso tempo comunisti, liberali, socialisti e così via. Questa peculiarità induce ad almeno due riflessioni: a)ogni tentativo di numerare gli omosessuali morti nei lager è destinato a fallire; b) la persecuzione degli omosessuali riguarda tutti, anche chi non ama che gli omosessuali siano considerate vittime uguali a tutti gli altri perseguitati.”

Perchè questo post sia letto nella sua attualità v’invito a guardare questo video “Essere giovani e gay nella Russia di Putin” e segnalo un articolo pubblicato da Repubblica il 6 febbraio 2014 intitolato –Caccia al gay- Agguati. Pestaggi. Persino un morto. Nel Paese di Putin che si prepara alle Olimpiadi di Sochi ci sono 445 gruppi anti omosessuali. Hanno più di 200 mila seguaci. I membri di queste comunità virtuali navigano sulla rete sotto falso profilo a caccia di gay, anche minorenni, e si danno appuntamento fingendosi interessati a conoscerli davvero; oppure battono i quartieri delle loro città armati di coltello e taglierini in cerca di vittime da spaventare. In entrambi i casi riprendono i loro incontri con la videocamera: prima li umiliano e li deridono in gruppo, costringendoli a dire il loro nome e la scuola che frequentano. Poi passano alle mani postando alla fine questi video su You Tube col preciso obiettivo di annientare la vita dei gay presi di mira che sono così costretti a fuggire. Ivan Savvine, 29 anni, è uno storico dell’arte gay nato a San pietroburgo ed emigrato a New York come rifugiato politico nove anni fa. Quando nel 2004 lasciò casa, Putin era presidente. Oggi Putin è ancora presidente ed è anche, secondo la rivista di economia “Forbes”, la persona più potente al mondo. Secondo Ivan, con le loro proteste la comunità internazionale e quella russa più progressista stanno facendo lo stesso gioco di Putin che nell’indirizzare il dibattito pubblico solo sulla questione gay distoglie l’attenzione da altre questioni altrettanto gravi in Russia come l’economia, la mancanza di democrazia, la libertà di stampa, la corruzione, i prigionieri politici e i conflitti etnici.

A questo punto è d’obbligo, per me, ricordare una breve citazione, impropriamente attribuita a Bertold Brecht ma che in realtà fu scritta nel 1946 dal pastore luterano, teologo, antinazista e poeta tedesco Friedrich Gustav Emil Martin Niemöller (1892 –1984).

La citazione fu pubblicata sotto forma di poesia, nel 1955. Le numerose versioni, scritte e messe in versi da anonimi, di volta in volta inseriscono fra coloro che “essi” – o “i nazisti” – vennero a prendere: comunisti, socialdemocratici, zingari, omosessuali, studenti, giornalisti, malati incurabili, ebrei, testimoni di Geova, stranieri ecc.

In Germania, vennero prima per i Comunisti 

In Germania, vennero prima per i comunisti
e io non dissi niente perché non ero comunista;
poi vennero per i sindacalisti,
e io non dissi niente, perché non ero un sindacalista;
quindi vennero per gli ebrei
e io non dissi niente, perché non ero ebreo;
infine… vennero per me…
e in quel momento nessuno poteva più dire niente.

Ricordate l’armadio della vergogna?

Come non sentirsi disillusi quando si cresce in un paese che ha politici ( e cittadini) bravi ad assecondare i vuoti di memoria per non affrontare le realtà scomode che legano le discriminazioni del passato a quelle del presente?

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